Siamo all’inizio dei Sessanta, in una cittadina dell’Italia centrale e Carlo è un giovane infelice, rassegnato. La sua vita è fatte di fughe: dall’affetto maldestro e possessivo della madre, da un’esistenza nel segno dell’esclusione, dall’oscuro presentimento di ciò che sente dentro e che il mondo attorno a lui catalogherebbe con insulti precisi, capaci di ferire “come un’agonia”. Il matrimonio con Vittoria, una ragazza sciatta, capricciosa, probabilmente poco sincera, gli appare come un riscatto provvidenziale, un’inattesa ancora di salvezza.
Severini conferma ancora una volta la fenomenale precisione con cui sa indagare le varie sfumature dell’inconsapevolezza, del rimpianto, della frustrazione. Il praticante è un libro di struggente dolcezza, che non finisce con l’ultima pagina ma, come spesso accade nell’opera di questo autore grande e defilato, accompagna la nostra immaginazione e arrichisce lo sguardo che dedichiamo alle piccole, preziosissime realtà del nostro quotidiano. Per Carlo, il protagonista del Praticante, la solitudine è a volte una risorsa, più spesso una sofferenza, ma soprattutto è una costante dell’esistenza. Quanto conta la solitudine nella tua arte? La solitudine dei miei personaggi in realtà è sempre una solitudine parziale. Intessono delle relazioni più o meno fortunate, cercano o trovano rapporti più o meno felici. Devo dirti che però i solitari esercitano su di me un certo fascino. Soprattutto in periodi come questo in cui si tende a praticare una socievolezza da diretta televisiva. Ricordi il grande monito? La lingua ci parla! Credi che parliamo o siamo parlati quando usiamo espressioni come: “senza se e senza ma”, “a trecentosessanta gradi”, “sogno nel cassetto”? Del resto nel Praticante siamo nel 1961. C’è un altro tipo di socievolezza. La televisione sta unificando l’Italia in una lingua comune. Nessuno dice ancora attimino, minutino, buon pomeriggio, che meraviglia! I solitari di allora o sono personaggi stravaganti e geniali oppure come Carlo, vorrebbero sentirsi inseriti a pieno titolo nella comunità dove vivono. “Per sedurre le vedove di guerra ci si deve sempre lamentare” dicono i commilitoni di Carlo, gli stessi che liquidano le esperienze omosessuali come “sfogo” o magari vantando le mance ricavate; le ragazze d’altronde mentono per trovare un marito che valga come patente di rispettabilità e persino Carlo vuol fare un “matrimonio di comodo”: qui (ma anche in altri tuoi romanzi) molti personaggi compiono percorsi indiretti per ottenere ciò che vogliono. E’ l’ambiente, perbenista, bigotto, impiccione, che esercita su di loro una sorta di pressione o questo bisogno di mistificazione è qualcosa di più profondo, che appartiene a ciascuno di noi? Certo, l’ambiente conta moltissimo. Nel senso che ciascuno tende a vivere cercando l’approvazione delle persone con cui si imbatte tutti i giorni. Oggi diremmo: del suo pubblico di riferimento. Talvolta l’appagamento dei propri desideri più intimi non coincide con gli stili di vita ritenuti accettabili e allora si cerca di occultarli per ottenere il consenso della comunità. Il bisogno profondo di cui parli credo nasca dalla paura dell’abbandono, che in fondo ha legami con la paura più definitiva. La prima canzone di De Andrè che circolò negli anni Sessanta sia pure in ambienti non popolarissimi fu Il Testamento. E quando arrivavano i versi finali (“questo pensiero non vi consoli, quando si muore si muore soli”) c’è sempre qualcuno che si guardava intorno smarrito. Un’altra faccia di questa costante è la tendenza a non chiamare le cose con il loro nome. E viene in mente Arbasino: “quando un argomento è tabù, come sotto il fascismo, non esiste: se manca il Vocabolo manca anche il Concetto e a maggior ragione la Cosa”… Se pensi a romanzi come La morte della bellezza di Patroni Griffi o a certi racconti confortati dalle biografie, di Com’isso, sembrerebbe che Arbasino abbia ragione. Ma non ci sono dati su chi ha nascosto agli altri e talvolta a se stesso le proprie inclinazioni sino a suicidarle o suicidarsi. Gli amori per il compagno di banco silenziosi e disperanti. I matrimoni mai consumati per far contenti i genitori e i parenti. Anche quando non c’era il nome della Cosa, c’erano però molti nomi impropri magari dialettali per umiliare ed escludere. I giovanotti di Fratelli d’Italia, colti e abbienti, non si pongono falsi problemi sulle loro inclinazioni e neppure se li pongono i ragazzi che incrociano viaggiando per il Bel Paese. Mentre leggevo ammirato la prima edizione del romanzo di Arbasino conoscevo persone, sensibili intelligenti e persino colte, che per quel “problema”, già negli in cui non aveva nome, avevano cominciato a rovinarsi la vita. Il praticante è ambientato nel Dopoguerra. Oggi alcune Cose, per esempio le sfumature dell’orientamento sessuale, esistono. In cinquant’anni ti pare diminuito il grado di ipocrisia della società italiana? Se si pensa alla vita privata di molti difensori della morale cattolica sembrerebbe che l’ipocrisia goda di ottima salute. Dire dopo poche ore il contrario di quello che si è detto prima, mi sembra anche quello un bell’esercizio di ipocrisia. Il lato preoccupante è che non viene percepita come una vergogna, ma come una pratica a cui a volte è legittimo ricorrere. Se però ti riferisci ai problemi di Carletto, mi pare abbastanza improbabile oggi che qualcuno abbia il suo livello di inconsapevolezza e sostanzialmente di ingenuità. Gli italiani sono diventati più tolleranti? O alcuni simulano una tolleranza generica per mostrarsi aggiornati e all’altezza del televisamente corretto? Non lo so. Tu hai qualche sondaggio attendibile? Il signor Aldino, nobile “temuto ma anche chiacchierato” del paese, ha un rapporto complesso con al religione e con quelli che lui chiama “i suoi peccati”. Il suo status sociale è un privilegio o la condanna a un isolamento ancora peggiore? Un privilegio sicuramente. Per quel che ne sappiamo è un credente consapevole della sua natura. La sua omosessualità la considera peccato. Si considera peccatore e si pente raccogliendosi in lunghe preghiere. Il privilegio è che all’occorrenza può anche pagarsi i suoi peccati, oltre al rango che ancora gli conserva un residuo prestigio sociale. Tutto il paesino è riunito alla messa di Natale. C’è chi la segue con devozione intensa e disperata, chi con ipocrisia, Carlo invece avverte un senso irrimediabile di distanza. Neanche la fede, sembri dire, può salvare dall’infelicità chi arriva a contemplare senza filtri. Mi sembra di cogliere qui un barlume della consapevolezza, lucida e non arresa, di Leopardi. Sei d’accordo? Carlo non è un ragazzo colto, forse neppure molto intelligente. La sua comprensione del mondo è rozza, una specie di dono che alcuni ricevono nelle emergenze. E’ orfano, cresciuto senza speranze per il futuro, esposto alle umiliazioni. Tuttavia il palinsesto su cui organizza la sua vita è in qualche modo cattolico. Aspetta Natale, aspetta Capodanno, aspetta Pasqua… Anche lui, come tutti, ha bisogno di aspettare qualcosa per andare avanti. E la messa di mezzanotte ha il profumo del suo Natale che guarda con disincanto, ma anche con un bisogno di tenerezza irrisolto. IL primo titolo del libro era proprio “La messa di mezzanotte”, perché quello era il momento in cui la provincia si ritrovava agghindandosi per apparire, come sempre. Ma anche con una percezione, vaga e fugace, dell’esistenza di una vita diversa, forse più solidale nei confronti degli altri. E sentirsi anche solo per qualche istante un po’ migliori, caricava quei momenti di una energia rara da cui il disincantato Carletto si sente sfiorato. Però sa che anche a Natale, anche i fedeli più raccolti in preghiera, possono gettare all’improvviso uno sguardo di severa disapprovazione sulle sue scarpe inadeguate. |
