Mucchio Selvaggio – Il giardino perduto


di Carlotta Vissani

1941. Gwen, trentacinquenne, impegnata nella ricerca per la cura del cancro delle pastinache presso la Royal Horticultural Society, fugge da Londra prima di vederla rasa al suolo dai tedeschi: le macerie e gli edifici sventrati le pesano come un masso sul cuore. Si arruola nelle Land Army e si trasferisce nel Devon, in una tenuta ai piedi di una villa che ospita i soldati canadesi pronti per il fronte. Porta con sé l’inserapabile, Genus Rosa (due tomi, unico dono di una madre algida), la passione per i fiori e i loro significati simbolici, lo strambo legame con Virginia Woolf a cui scrive lettere che non spedisce mai e un’assenza di amore che l’accompagna come una colpa da espiare, una ferita da sanare. Giorno dopo giorno Gwen, impegnata nel ripristino di antichi splendori bucolici mentre il fantasma della guerra avvolge ogni cosa, nutre un fazzoletto di terra bisogno di cura e devozione e – spingendosi oltre l’immediato – scopre una porzione di paradiso perduto, un giardino nascosto oltre il frutteto, universo multicolore nato da un accurato selezionatore di fiori e piante sinonimo di desiderio, fedeltà e senso di perdita, testimoni di qualcuno che ha amato sino all’ultimo respiro. Lentamente, ma con crescente intensità, si addentra in un viaggio interiore ricco di sfumature – dapprima schiva e insicura poi audace e bruciante – e scopre che cosa significa sentire il cuore gonfiarsi e poi svuotarsi, come una peonia vinta dal dolore, dal peso dei suoi stessi petali. Il capitano Raley, lettore di Tennyson, amante della poesia e perso nel ricordo di un uomo defunto e amato, sarà la chiave attraverso cui Gwen potrà salvare se stessa, morendo per poi risorgere. La Humphreys, dopo aver narrato il rapporto tra uomo, natura e istinto nello splendido Cani selvaggi, sorprende e incanta con una storia di amore e di morte, di strenuo attaccamento alla vita. Una scrittura delicata ma potente, una storia che odora di terra e radici.