Due vite all'ombra di un trauma - Alias


10/02/2007 Alias - il manifesto

Due vite all'ombra di un trauma

di Emanuele Trevi

"Non so da dove cominciare. Ha tutto a che vedere con le cose che mi accadevano. La pipì a letto, i blackout. Ricordi. Tutte quelle cose, in realtà avevano un'unica origine. Qualunque cosa fosse, mi ha mandato a puttane la vita. E credo di sapere cosa fosse. Lo so, ma non lo so. E' tutto molto incasinato". Così ragiona Brian, il ptotagonista di "Mysterious Skin" di Scott Heim (Playground, trad. di Carlotta Scarlata, pp.286, euro 15,00), ormai a un passo dalla verità, sepolta in qualche luogo dentro lui stesso, e cercata per tutta la vita.
Ricorderà sicuramente la trama di questo bel romanzo (pubblicato da Harper Collins nel 1995) chi ha visto il film, intenso e calligrafico, che ne ha tratto Gregg Araki un paio d'anni fa. Nel libro di Heim, gli attori principali della vicenda e i testimoni, amici e familiari, si passano di capitolo in capitolo il testimone del racconto. A tacere è solo una figura baffuta e indistinta come si conviene a un'autentica incarnazione romanzesca del Male: l'"allenatore". Nell'estate del 1981, in una cittadina del Kansas, quest'uomo in effetti allena una squadra di baseball composta da ragazzini di otto-nove anni. E' un pedofilo astuto e perverso, che ha studiato alla perfezione tutte le sue mosse, e non è privo di una punta di tenerezza. Sa quello che vuole, e ottiene dalle sue prede cose che nessun film potrebbe mostrare, oltre al silenzio e alla complicità necessari.
"Lo sperma era più caldo e appiccicoso di quanto mi aspettassi" - ricorda Neil, compagno di squadra di Brian, parlando della prima volta - "sotto di esso, il mio battito cardiaco si normalizzò". Neil è un ragazzino fiero, che si farà la sua strada senza mai dimenticare le esperienze vissute con quell'adulto: ci ripenserà, anzi, con un residuo di amore e orgoglio per essere stato il preferito, usato per adescare altre prede più timide, rassicurandole. In quell'arretrata comunità del Midwest, riesce a farsi rispettare come frocio perché è "anche un duro". I coetanei non gli interessano, gli piacciono i commessi viaggiatori di mezza età con cui sperimenta un precoce talento di marchetta. Neil è tutto il contrario di Brian, un vero e proprio 'nerd', che cresce timido e brufoloso dietro le lenti spesse dei suoi occhiali, senza amici e senza amore. Lui, dell'allenatore non ricorda nulla.
Ci sono cinque ore di quell'estate del 1981 che non tornano nei conti della sua memoria, e la sua esistenza non è che un tentativo di riempire quel buco con una storia sensata. Questa storia è un rapimento da parte degli extraterrestri, un classico incontro ravvicinato del terzo tipo in stile paranoide. E nelle tranquille cittadine del Kansas, come del resto in tutti gli altri posti d'America, non mancano certo libri, opuscoli spediti per posta, testimoni e vittime di eventi simili capaci di cementare questo genere di convinzioni. Il romanzo di rimozione, bizzarra variante impazzita di ogni romanzo di formazione, non è stato certo inventato da Scott Heim, nato nel 1966 e nutrito di immaginario horror come gli adolescenti del suo libro. Appena qualche anno prima di "Mysterious Skin", lo stesso Stephen King, in stato di grazia, aveva pubblicato "Il gioco di Gerald", dove il tuffo nel pozzo del buio del rimosso è l'unica possibilità, assurda ma concreta, di tirarsi fuori da un pasticcio dei più terrificanti. Anche in King, la magagna rimossa è una molestia sessuale subita nell'infanzia, questa volta complicata con l'incesto. Potrebbe sembrare una furbizia a buon mercato, un effettaccio. Ma bisogna considerare che la rimozione in sé, fin da Freud, è un'energia potente, conseguente a un trauma cui non possono essere estranei sesso e violenza. Anche da un punto di vista dell'efficacia narrativa, è necessaria una certa brutale semplicità.
Se qualcuno scriverà mai una storia artistica della rimozione, si dovrà soffermare a lungo sulle scene preparate da Salvador Dalì per "Io ti salverò" di Hitchcock, che non sono certo un capolavoro di raffinatezza e sottintesi, facendo più che altro pensare ai rebus della "Settimana Enigmistica". Non è dunque un caso che il genere letterario e cinematografico più 'freudiano', oltre che manicheo e semplicione, vale a dire l'horror, prediliga più di ogni altro la rimozione e i suoi stagionati scheletri nell'armadio, sempre capaci di fare il loro dovere. Nel libro di Scott, che non è certo un libro di genere, è magistrale l'ammiccamento a questa atmosfera fatta di rapide allusioni e lievi pennellate. E' l'heavy metal più satanista che ascoltano i ragazzi di Little River, le maschere e le zucche di Halloween, le repliche tv dell'"Esorcista" e di altri classici conosciuti a memoria (non manca un omaggio al nostro beneamato Dario Argentento, di cui si cita di sfuggita un memorabile fattaccio di "Suspiria"). Un malinconico polline dark intride l'agricola Little River, che col suo silos per il grano alto un miglio, la prigione di massima sicurezza e poco altro, è di per sé lo scenario canonico di tutto questo filone dell'immaginario tanto più potente quanto più ripetitivo.
La fissazione di Brian per gli alieni si accorda a tutto il resto con una tale naturalezza, che sarà lui stesso a liberarsene d'un tratto una volta fiutato l'odore più consistente della verità. Perché un immaginario non è mai, parlando in senso assoluto, vero o falso. E' lì per sostenere e definire un'identità, orientata nel caos del mondo fino al momento in cui, procedendo in qualche direzione inaspettata, si stacca come uno strato di pelle vecchia. Molto simile, da questo punto di vista a Tommaso Pincio, Scott Heim lavora sui detriti fantastici di una generazione senza qualità non per creare un inutile e ridondante effetto di verosimiglianza, ma per sollecitarne, in maniera poetica, una straripante energia simbolica. E giustamente, contraddicendo una regola universale in questo tipo di narrazioni a sfondo decisamente psicologico, e basate su un lontano trauma, confida molto di più sul percorso che sulla possibile meta.
Il recupero del rimorso, in altre parole, non comporta uno scioglimento del racconto di carattere salvifico, non determina quella 'bonifica' interiore che in Freud è la metafora centarle del processo di guarigione. In confronto a "Mysterious Skin", anche un capolavoro come "Il gioco di Gerald" appare impostato su una dinamica molto più prevedibile e canonica. Per quanto terribile e doloroso possa essere, infatti, nel romanzo di King il tuffo forzato nel rimosso produce una metamorfosi irreversibile, e il coraggio necessario a tirarsi fuori da una trappola mortale. Mentre nel libro di heim la dialettica tra memoria e dimenticanza, incarnate rispettivamente da Neil e Brian, ha sfumature più complesse ed è destinata a rimanere irrisolta, con buona pace del lettore eventualmente in cerca di un finale rassicurante. Il fatto di non aver rimosso, anzi di ricordare fin nei minimi particolari ciò che ha subito, alla fine non metterà Neil al riparo dagli errori e dal potere devastante dell'esperienza. E nelle ultime righe del romanzo, quando tutto ciò che deve essere scoperto è stato scoperto, oltre ogni dubbio, la luce che irrompe nella stanza done siedono Neil e Brian "avrebbe potuto essere una luce discesa direttamente dal Paradiso", e loro due "angeli che si beavano del calore divino". Ma non c'è nulla, nella nostra vita, che ci autorizzi a pensarla così: né la memoria, né il suo contrario.