gennaio/febbraio 2007 - Pulp Intervista a Scott Heim di Claudia Bonadonna L’allenatore Heider ha un bel paio di baffi color sabbia che si arricciano agli angoli della bocca. Ha il sorriso scattante e i muscoli massicci di un cow-boy buono. Guida le piccole Pantere di Hutchinson, Kansas, in vetta al campionato di baseball della Little League. Ai suoi campioni preferiti riserva pomeriggi di videogiochi, merende e baci. A quelli davvero speciali qualcosa di più. “Non credere a chi ti dice che c’è qualcosa di male”. Neil e Brian sono passati per le sue mani nella lontana estate dei loro otto anni, più o meno consapevoli, più o meno consenzienti. Un decennio dopo la loro adolescenza di angeli caduto in lotta per ricostruire identità e memoria diventa la trama cruda, sottile, incantata del romanzo di Scott Heim, Mysterious Skin (Playground, traduzione di Carlotta Scarlata). Bello e scioccante come il più famoso film che Gregg “doom generation” Araki ne ha tratto due anni orsono. Heim minimizza, ma porta in scena omosessualità e pedofilia in maniera tutt’altro che scontata. Neil e Brian sono entrambi segnati dallo stesso evento. Uno però, idealizzando l’amore del suo carnefice, diventa ragazzo di vita, l’altro reprime ogni forma di manifestazione sessuale e immagina di essere stato rapito dagli alieni. Sono uno lo specchio dell’altro e tutto il romanzo appare costruito come incontro-scontro delle loro prospettive opposte… Mi piace lavorare con più strati narrativi, mostrare più facce possibili di una stessa storia. Non sopporto il modo in cui le persone, i fatti, i crimini vengono presentati dai media: unidimensionalmente. E’ sempre una storia in bianco e nero, un racconto totalmente privo dei sottili dubbi delle tonalità del grigio. In Mysterious Skin mi interessava raccontare il modo in cui un evento traumatico riesce a plasmare non solo la vita di chi lo subisce, ma anche di tutti coloro che gli vivono intorno. Nel romanzo sono in molti a riferire questa storia e noi conosciamo i particolari delle vite dei due protagonisti attraverso punti di vista sempre mutevoli. Il lettore si trova così a guardare gli eventi attraverso gli occhi degli altri personaggi – occhi diversi, ora buoni ora cattivi – e non può mai mantenere lo stesso atteggiamento. Empatia e biasimo si succedono come è giusto che sia… come sempre accade nella vita vera… Il tuo romanzo è sulla memoria. Una memoria, bloccata, distorta, riconquistata… Ecco un altro tema che mi preme moltissimo. Sono sinceramente affascinato da quello che le persone ricordano, dal modo in cui lo ricordano, da quello che scelgono di dimenticare, da come nel tempo adattano la memoria al desiderio… Quando questo accade, allora tutto diventa complesso. E confuso. E prezioso. Almeno per uno scrittore. In Mysterious Skin non intendevo dare un alone di mistero ai ricordi dei due ragazzi, piuttosto erano interessati al processo di riscoperta che sta dietro la memoria, allo svelamento della verità sui fatti che li avevano riguardati da bambini… Il modo in cui racconti la pedofilia è molto interessante. E’ sognante, preciso, e sottilmente ambiguo. Problemi con l’America teo-con? La maggior parte degli americani vede la pedofilia in termini manichei: un fenomeno in cui esistono solo le categorie del tutto-buono o tutto-cattivo. Certamente terribile, devastante e spesso irreversibile abusare di un bambino, ma non in tutti i casi esiste una cesura tanto netta. C’è così tanto da scoprire sotto la superficie, così tanto da scavare sotto l’etichetta di “pedofilia”… e mi interessa moltissimo esplorare la psicologia tanto delle vittime quanto dei violentatori, mostrare quanto certe azioni costino in termini di consapevolezza umana, cercare ragioni e conseguenze. Il lavoro più difficile per uno scrittore è mostrare completa empatia con tutti i suoi personaggi. Immagino di aver reso sognanti, sensuali o semplicemente prive di esplicita condanna le scene di pedofilia del romanzo perché volevo esprimere al meglio questo sentimento. Sì, c’è sempre un che di surreale nel modo in cui racconti il sesso… Trovo il novanta per cento delle scene di sesso nei romanzi assolutamente noiose quando non semplicemente brutte. Credo che manchino il nodo principale: raccontare il sesso o la violenza perché è attraverso il sesso o la violenza che la natura oscura delle persone – una natura spesso vera, ma nascosta, segreta – viene allo scoperto. Quando scrivo di sesso lo faccio per mettere in luce questi “aspetti profondi”. Cerco di rendere le scene surreali o iperreali o in qualche modo memorabili… Padri assenti, madri distratte, sia Neil che Brian vengono da famiglie a loro modo disfunzionali. Sembra quasi che la normalità sia impossibile nell’occidente civilizzato… Non sono affatto certo di cosa sia “normale”. So solo che per me è molto più terrificante di ciò che è considerato “anormale”. Sono cresciuto in una famiglia molto disfunzionale, strana, ma anche suo modo straordinaria, in un ambiente e in una città a loro volta disfunzionale, strani e straordinari. Mi sono sempre sentito un outsider. E’ questo il genere di persone e, in ultima analisi, di personaggi con cui riesco a relazionarmi meglio. E’ questo il genere di cose di cui voglio scrivere. La calma piatta e provinciale del Kansas – il tuo Kansas – sembra essere un altro protagonista della storia. Ha davvero influenzato la tua scrittura e la tua memoria? La maggior parte delle persone vive nel Kansas unicamente un posto incolore e noioso, come nelle scene iniziali de Il mago di Oz. Per me non è affatto così. Mi sono sempre piaciuti i lati oscuri dei luoghi che all’esterno sembrano tranquilli e sicuri. Quando scrivo amo disporre dei materiali di disturbo dentro una cornice apparentemente innocua. La rendono più viva e vera. Prima di mostrare al lettore qualcosa di disturbante o potenzialmente scioccante, di offensivo o difficile, devi essere sicuro di averlo… irretito, di averlo condotto in un posto da cui sei certo non vorrà più andare via. Per fare questo cerco di amplificare al massimo il livello dei dettagli sensoriali che pongo nelle mie costruzioni. Voglio che queste – che si suppone siano sempre il Kansas – siano come trappole da cui chi legge non può scappare. Mysterious Skin il film. Ho letto che hai partecipato alla sceneggiatura, è vero? E’ una storia molto lunga. Ho scritto una sceneggiatura per una compagnia, la prima che ha comprato i diritti cinematografici del romanzo. Ero soddisfatto del lavoro, ho anche vinto una partecipazione ad un laboratorio del Sundance Festival. Il film però non si è mai realizzato: quella compagnia versava in cattive acque, non poteva pagare un regista… dopo quattro o cinque anni il progetto è stato abbandonato. Nel frattempo Gregg Araki mi contattava e si diceva interessato all’idea della pellicola. Alla fine siamo diventati amici. Ho riscritto la sceneggiatura secondo la sua visione del film. Quando sono stato sicuro del risultato gli ho consegnato il lavoro. Il resto è storia. Hai dichiarato che mentre scrivi ti piace sentire “band britanniche di chitarra pigre, drogate e scoppiate”. Una frase a effetto per giornalisti o la pura verità? Oddio, devi aver letto qualche intervista rilasciata quando ero ancora un ventenne e non avevo alcun imbarazzo a dire tutto quello che mi passava per la testa! Ma sì mi piace ascoltare musica mentre scrivo. Ero un fedele fan della musica shoegazing – in effetti lo sono ancora – e mi piace ascoltarla in cerca di ispirazione. Oggi però sono diventato uno scrittore un po’ più normale e sempre più spesso sento il bisogno di pace e solitudine mentre lavoro… A essere completamente onesto, odio il processo di scrittura. E’ solitario e frustrante e frutta una ricompensa piccola piccola. Oppure non la produce affatto! Spesso spero di diventare qualcos’altro – un regista magari. Ma poi la vocazione chiama e io rimango fedele… |
